Quante di voi hanno sentito parlare della Via Del Sale? Per molte di noi, e certamente per chi è appassionata di tassello, questo percorso in fuoristrada rappresenta un sogno, forse un mito, o più semplicemente un obiettivo da raggiungere, prima o poi. Ad altre, soprattutto a chi non ha mai provato a percorrere sterrati, solo il suo nominarla evoca brividi e senso di avvilimento: “Troppo difficile, ho paura del brecciolino, figuriamoci tutti quei sassi, cadrei di sicuro, non ce la potrei mai fare!!”
Ecco, allora io vi voglio raccontare la mia esperienza di biker “agée” – e, se non proprio fifona, di certo dal
forte “spirito di conservazione”- sulla mitica Via Del Sale.

MA COS’È LA VIA DEL SALE?

Due parole su cosa sia e dove si trovi la più famosa e ambita – per noi amanti del tassello – Via Del Sale: è una antica via di comunicazione tra Liguria (Provincia di Imperia), Piemonte (Provincia di Cuneo) e Francia (Département des Alpes-Maritimes) sulla quale transitavano – fin dai tempi di Carlo Magno! – carovane cariche di sale – più prezioso dell’oro e utilizzato come moneta e merce di scambio – per raggiungere Limone in Piemonte, oppure scendere verso la Francia attraverso varie diramazioni.
Queste antiche mulattiere furono nel tempo sostituite da strade militari poste più in quota, tra i 1.800 e i 2.000 mt, e il tratto oggi conosciuto come Via Del Sale è quello che va da Monesi di Triora a Limone 2000 (o viceversa!): sono 39 km di fondo sterrato e soprattutto pietroso, che all’inizio – se si parte da Monesi – attraversa un bellissimo bosco, per poi salire di quota e tagliare in perpendicolo precipizi vertiginosi , ricoperti da prati ingialliti dal sole e abbacinanti per via di rocce carsiche, bianchissime: una gioia per chi decide di percorrerlo oggi, a piedi, in mtb, in auto ma, soprattutto per noi MissBiker: in MOTO!!

IL PERCORSO
PRIMA PARTE – Il Bosco delle Navette
Partendo da Monesi – oggi raggiungibile da Upega e non più da Colle di Nava a causa di una frana che ha tagliato in due il paese di Monesi – si entra quasi subito nel Bosco delle Navette, un bellissimo bosco di larici e abeti bianchi, e dopo qualche chilometro di sterrato abbastanza liscio, in buona parte in terra battuta si raggiunge il “baracchino” dove si deve pagare un pedaggio: 10 euro per le moto e 15 per le auto, un giusto contributo alle spese di gestione e di manutenzione ambientale del territorio.

LA VIA DEL SALE: PERCHE’? E PERCHE’ NO?


Perché io, una (ex) ragazza del ’59, alta un metro e un barattolo e forte come un criceto con la febbre, senza una grande esperienza di tassello alle spalle (e senza essere un fulmine di guerra su strada), decide di fare la Via Del Sale? Ma, scusate ragazze … e perché no??

Per me la prima cosa da fare, quando si pensa di voler raggiungere un obiettivo, è innanzi tutto smontare le obiezioni psicologiche, proprie ed altrui, per poi dedicarsi a pianificarne la realizzazione: semplice, no? Di primo acchito no, non sembra così semplice, ma se ci concentriamo un po’e ci poniamo alcune domande, come ho fatto io a suo tempo…: “La passione ce l’abbiamo?” Sì. “La voglia di sperimentare e di metterci alla prova?” C’è ancora. “Acciacchi vari?” Anche quelli…ma per fortuna non così gravi da impedirci di stare in sella. E allora cosa manca?

In effetti, fino ad un paio di anni fa mi mancavano ancora dei tasselli (guarda caso!) importanti per realizzare il sogno covato da tanto tempo…Intanto un minimo di conoscenza di guida in off, poi la moto adatta e la compagnia giusta.

LA MOTO
Risolto il problema del corso, sono passata a meditare sul tipo di moto. Esistono molte associazioni che organizzano giri sulla Via del Sale, affittando moto e accompagnatori, ma io desideravo avere una moto tutta mia, da poter guidare spesso anche in altre occasioni, e allora con che mezzo è meglio affrontare la Via del Sale? La risposta è soggettiva: qui in foto vedete rappresentate le tipologie più comuni di mezzi a motore, auto escluse, che percorrono la Via del Sale: una moto tecnica come l’Husqvarna 340 4 tempi, un Quad 600, una moto alpinismo Locusta HM 200 e un KTM 990, in rappresentanza dei maxi-enduro, le moto più numerose che si incontrano sulla Via Del Sale: il Kappone in primo piano bellissima moto, ma che non fa assolutamente per me!!

Ciò che ho capito dopo aver fatto alcune esperienze sbagliate, è che bisogna cercare il mezzo adatto alle proprie capacità, senza scoraggiarsi se c’è chi, anche tra le proprie amiche, guida senza fatica moto grosse e impegnative: la mia prima moto “da adulta”, sei anni fa, fu una Yamaha XT 660, acquistata già con il desiderio di portarla a sterrare. In realtà era lei che portava in giro me, rischiando di scaraventarmi chissà dove… No no, per fare fuoristrada io dovevo trovare una motina comoda, maneggevole e coriacea, e l’ho trovata, rigorosamente di seconda mano, tra la tipologia moto-alpinismo: è la HM Locusta 200 di cilindrata, con ruote tassellate da trial: credetemi, si arrampica dappertutto!

IL PERCORSO – SECONDA PARTE – Dal Bosco delle Navette al Colle della Boaria
Riprendiamo il percorso della mitica Via del Sale… Da Monesi, dopo la prima parte di sterrato terroso nel Bosco delle Navette, inizia la vera Via Del Sale che ci porta al famoso rifugio Don Barbera sul Colle dei Signori dove, dopo quasi 20 km di sterrato e di pietraia, è d’obbligo la prima vera sosta-relax… Sole potente e aria fina, a 2.000 metri di quota! Ma lasciamo parlare le immagini…


Quando si riparte dal Rifugio Don Barbera inizia la parte più bella della Via Del Sale: panorami lunari, colori fortissimi, così come le emozioni che si provano ad ogni curva…anche perché non sai mai cosa ci trovi dietro, se un ciclista o una marmotta o un gippone 4 x 4 che ti occupa quasi tutta la strada.
Ai primi di agosto, quando sono andata io, c’era un po’ di traffico e bisognava stare attenti e non correre troppo.
Raccomandazione superflua per me, che ho inserito al massimo la terza, andando non oltre i 50-60 all’ora e solo in rettilineo!

Dopo circa 8 km dal rifugio Don Barbera si arriva al punto panoramico più famoso di tutta la Via del Sale: il tornantone del Colle della Boaria. Altra sosta per riprendere fiato e soprattutto per ammirare il panorama: il tornante si affaccia sul Vallone della Boaria, dove sullo sfondo si intravede Limone Piemonte. Quando è limpido si vede anche il Monviso che, come dicono i Piemontesi ed i Liguri: “dov’è che non lo vedi il Re di Pietra?” Sbuca sempre fuori da ogni dove!”

IL PERCORSO – TERZA PARTE – Dal Colle della Boaria a Limone 2000

Siamo pronti per affrontare l’ultimo tratto della Via del Sale classica: il tratto Colle della Boaria – Limone 2000, in inverno stazione sciistica: ultimi 12 km di sassaia….e poi, che succederà? Si torna a casa? Ma come, già tutto finito? Altroché! Noi qui eravamo solo all’inizio di un’avventura che ci ha riservato un po’ di suspance e qualche brivido ma ancora non lo sapevamo!
Intanto, prima di ripartire, classica foto ricordo insieme agli amici che mi hanno accompagnato in questa avventura: Danilo uomo-immagine KTM, maxi-endurista , Angelo, che così abbigliato non poteva che guidare un comodo Quad, e Roberto, endurista duro e puro, con il suo Husqvarna alle spalle.
Con amici così, si può andare dappertutto! Difatti, qualche ora dopo siamo quasi finiti in una voragine e abbiamo rischiato di dormire all’addiaccio, ma…se non capita l’imprevisto, un’avventura che avventura è?

DA LIMONE 2000 A…
A Limone 2000 il tratto classico della Via del Sale può considerarsi concluso: 39 km di sterrato, tra sottobosco e sassaie in alta quota. Un percorso tutto sommato semplice, alla portata di tutte noi!
Come già detto, basta avere un minimo di pratica e una moto adatta alle proprie capacità.
In genere da qui si scende, su asfalto, verso Limone paese, in fondo valle, e poi ognuno torna da dove è partito. Con maxi-enduro, quad o fuori strada ciò è facile, ma con moto più piccole e tecniche, che hanno gomme che non amano l’asfalto, è quasi d’obbligo avere una macchina munita di carrello, parcheggiata al punto di partenza, che per forza di cose equivale anche al punto di rientro. Noi avevamo i nostri mezzi a Upega e quindi, o rifacevamo la Via del Sale a ritroso, o percorrevamo un anello, quasi tutto in fuori strada, con dei tratti un po’ più difficili della Via del Sale, ma altrettanto panoramici ed emozionanti, e meno conosciuto dai più.
Era la mezza, ancora presto, pranzo veloce già consumato al chiosco di Limone 2000 e quindi…vi racconto come è andata. Come dice una mia amica quando sta per attaccarmi un bottone di due ore: “per farla breve”…. Ma sto scherzando, dai! Non ci metterò molto…. 😉
Decidiamo per l’anello. Il nostro percorso di rientro, da Limone 2000, inizia con lo sterrato di questa bella foto:


Poi giù verso la Francia…La strada ci porterà ad attraversare il Fort Central e a costeggiare, dall’alto, la vecchia e spettacolare strada sterrata del Colle di Tenda, purtroppo ancora interrotta e vietata al transito.
Dopo alcuni chilometri troviamo il bivio per Casterino, un piccolo borgo in territorio francese, e imbocchiamo una stradina che nel secolo scorso doveva essere stata asfaltata: credetemi, rimpiangevo lo sterrato pietroso di poco prima! Buche e crateri più adatti a trialisti che a semplici biker!

Poco prima di arrivare a Casterino decidiamo che dopo tutte quelle buche faticose meritavamo di fermarci a rinfrescarci in un posto così bello: seppure in alta quota, il caldo era micidiale!

A questo punto ci aspettava un trasferimento su asfalto vero fin giù al paese di Tende, in Francia, per poi arrivare al bellissimo borgo di La Brigue (la nostra Briga). Da Limone 2000 a Briga abbiamo calcolato di aver percorso circa 32 km, di cui gli ultimi 17 su asfalto: troppi! Era tempo di ripartire in off.
A Briga inizia la Route de l’Amitié, 18 km di sterrato con roccette medio piccole su terra bianca, e visto che non pioveva da mesi, ciò significava tantissima polvere! E di noi quattro indovinate chi ne ha mangiata di più? Colei che stava in coda..cioè io, of course! Amici amici, sì, ma quando c’è da sterrare sul fondo giusto, gli amici si dileguano (in una nuvola di polvere), alla faccia della Strada dell’Amicizia!!

Io ero già in fibrillazione: avevo già fatto questo percorso l’anno prima e sapevo che mi aspettava il tratto più difficile: Colle Ardente. Il nome è tutto un programma: di ardente non c’erano solo i 30 gradi in alta quota, ma anche e soprattutto l’ansia che già mi prendeva all’idea di rifare per il secondo anno consecutivo quella pietraia dal fondo duro e ricoperto da rocce piuttosto grosse e smosse, reso di sicuro ancora più difficile (per me!) dal maltempo del novembre scorso, che in certi punti ha provocato danni pesanti, come ad esempio a Monesi, dove noi dovevamo ritornare il pomeriggio stesso. Guardate com’è ridotta oggi Monesi:

Nei giorni precedenti la partenza avevamo chiesto informazioni circa la percorribilità della Via Del Sale, e avevamo ricevuto notizie rassicuranti: la strada consueta non era agibile, ma c’erano valide alternative che permettevano di aggirare la frana di Monesi , seppur passandovi a ridosso, ma sull’altro versante della valle, da dove ho scattato la foto… Ragazze, la Via del Sale era sì agibile, ma l’anello che stavamo per completare… purtroppo quello no!!!

HA INIZIO L’AVVENTURA
Su Colle Ardente vale il detto: se sei incerto, tieni aperto! Lassù mi dovevo impegnare a guardare fisso davanti a me, per non rischiare il capogiro dato dal precipizio su cui scorre la strada: credo che chi soffre di vertigini qui avrebbe qualche difficoltà, inoltre non dovevo cedere alla voglia di sedermi un po’ sulla sella, perché sentire la moto che ti scodinzola sotto il sedere a me non dà grande gioia, soprattutto se a fianco ti ritrovi un bel burrone. La guida in piedi è molto più rassicurante: tutto il peso del corpo grava sulle pedane e non si disperde tra loro e la sella, e permette di dare molta più stabilità alla moto: provare per credere!
Dopo circa una dozzina di km di shakeraggio su quella sassaia arriviamo all’imbocco della galleria Vesignana, che è un vero gioiello d’architettura militare: è scavata nella roccia per 450 mt con un andamento semicircolare. All’interno è buio pesto, e percorrerla è veramente un’emozione!

Riprendiamo la marcia. La strada ci porta verso il Colle del Garezzo, dove ci attende un’altra galleria, più corta e famosa per essere il rifugio di muli e cavalli, e completamente ricoperta dalla loro..cacca! La strada fin qui è quasi tutta in salita, e ciò per me è preferibile, perché mi permette di toccare meno il freno (ovviamente solo quello dietro!). In precedenti escursioni, in discesa mi era già capitato, frenando, di bloccare la ruota posteriore e di sentirla slittare… In quelle occasioni – dopo un attimo di panico – misi in pratica le istruzioni ricevute nel corso di enduro per principianti, e cominciai a frenare a tratti, premendo e rilasciando velocemente il pedale del freno, e realizzai che la cosa funzionava egregiamente: la moto rallenta e la ruota non si blocca, rimanendo in trazione sul terreno.

Però, onestamente, qui su Colle Ardente speravo di non dovermi trovare in questa situazione! Quindi, mi dicevo, meno male che l’abbiamo presa in salita, e non al contrario! Ahahah, ancora non sapevo che da lì a poco avrei rischiato di dover tornare
indietro e rifare Garezzo, Colle Ardente, Strada dell’Amicizia ecc ecc tutto da capo, e pure in discesa!! Altri 40 km di fuori strada impegnativo e poi chissà quanti altri di asfalto…E tutti di notte….
All’uscita della galleria del Garezzo ci fermiamo ancora una volta per tirare un po’ il fiato, ma il tempo stava passando e si avvicinava la sera. Guardiamo l’ora: le 18 “Ragazzi, in moto perché ne abbiamo ancora per un’oretta per arrivare a Monesi e da lì a Upega, alle nostre macchine!”

Mancavano gli ultimi 8 o 10 km e poi avremmo potuto rilassarci un po’, ripensando alla bellissima giornata, ai colori, alle emozioni, io anche gustandomi la soddisfazione di aver potuto ripetere un piccolo sogno per la seconda volta, alla mia età… Non sono un reperto archeologico, ma sono pur sempre del ’59: ragazze, io non mi sento assolutamente fuori quota per queste cose, ma obiettivamente le ossa non sono più quelle di una ventenne! Ciononostante, mie care giovani della mia età, abbiate fiducia: si… può… fare!!

QUI FINISCE L’AVVENTURA
Ed eccoci all’epilogo…
Eravamo finalmente nei pressi di Monesi, la strada aveva abbandonato i pascoli aperti e, scendendo dolcemente, si era tuffata in un bosco. Anche il terreno era meno sassoso e perfino io ho aperto un po’ di più il gas, senza però azzardare le accelerate dei miei compagni di viaggio (e chi ne è capace??). Loro sono spariti rapidamente davanti ai miei occhi e io posso solo immaginare la pinzata che devono aver tirato quando, dopo un curvone, si sono trovati inaspettatamente davanti ad una grossa voragine che tagliava completamente la strada, profonda una decina di metri e larga almeno una trentina….e assolutamente non segnalata! Arrivando dalle retrovie all’inizio non riuscivo a capire come mai fossero tutti fermi e stessero
scendendo dalle moto…poi ho solo potuto mormorare: “Ecco, ora siamo nella cacca!”
E mi sono seduta a meditare sulla prima pietra che ho trovato…

In realtà eravamo tutti così attoniti che nessuno di noi ha neppure pensato di scattare una foto alla voragine, provocata sicuramente da una lingua laterale di quella frana che aveva semidistrutto Monesi e che avevamo visto e fotografato la mattina …. Ormai si erano fatte quasi le 7 di sera, e ci rendemmo subito conto che ci trovavamo in un bel guaio. Tornare indietro e rifarsi Garezzo e Colle Ardente, in discesa?? Ma anche noooo!!!!
Stanca ormai com’ero, e preoccupata, l’idea di quella discesa per me era un incubo. E, credetemi, la cosa non attirava neppure i miei amici, decisamente più forti ed esperti di me.

L’unica era cercare una strada alternativa. Siamo così tornati indietro di 4 o 5 km, fino alla galleria del Garezzo, senza incontrare nessuno, e abbiamo iniziato a chiamare chiunque: Carabinieri, Guardia Forestale, l’Ente per il Turismo della Liguria, del Piemonte. C’era pochissimo campo e internet non prendeva, i cellulari funzionavano a singhiozzo e chi rispondeva non sapeva in realtà che informazioni darci: nessuno conosceva la zona né i percorsi d’alta quota, dove eravamo noi.
Io già pensavo di dover dormire all’aperto, ché neppure nella galleria del Garezzo si poteva stare, e non per la cacca di mulo, ma per il vento che tirava là dentro.

Alla fine decidiamo di prendere l’unica mulattiera che partiva di fianco alla galleria, perpendicolarmente rispetto alla nostra strada. Roberto era già andato in perlustrazione, ma era ritornato con la brutta notizia che la strada più in là era bloccata da una fune e da un cartello di divieto di transito ai mezzi a motore.
Guardandoci in giro sempre più preoccupati scorgiamo finalmente, buttato lì per terra e a faccia in giù, un cartello che indicava che per quella strada si poteva raggiungere in 3 ore, a piedi, un paesino: bene, divieto o non divieto di transito, decidiamo di andare, con l’incognita di non sapere dove saremmo finiti e che tipo di tratturo avremmo poi incontrato, soprattutto per il nostro amico Angelo e il suo quad.

Ed ecco finalmente un colpo di fortuna: ci imbattiamo quasi subito in una baita e nel suo proprietario, un mandriano molto ospitale che, se avessimo accettato ci avrebbe anche ospitato per la notte, e che poi ci ha fornito le indicazioni, rassicuranti, per poter fare rientro nella cosiddetta – a volte a sproposito – “civiltà”.

Da qui è presto detto: ancora un paio d’ore di sterrato in un bosco stupendo, sempre più buio, poi prati, cascine, e poi asfalto e ancora strade sterrate, e infine i paesini di Montegrosso Pianlatte, Mendatica, Cosio di Arroscia e, con gran sollievo di tutti, finalmente Colle di Nava, dove ci siamo fiondati nel primo albergo e abbiamo occupato le ultime camere libere! Erano ormai le dieci di sera e così come eravamo, ricoperti di polvere e decisamente puzzolenti, ci siamo fatti una pizza (per fortuna all’aperto) e poi una gran bella doccia lava-polvere e leva-adrenalina!

L’avventura della Via Del Sale termina così, con noi stanchi ma felici e con una piccola storia da ricordare e da raccontare! Alla prossima!


Manuela Adorni