Noi di MissBiker abbiamo voluto fortemente farci raccontare da un personaggio molto particolare la propria storia. Lei è Giada Beccari, istruttrice federale, motociclista e viaggiatrice instancabile che non si spaventa di fronte alle sfide anzi, le cerca e le affronta con coraggio.
Ecco la sua storia

“Recentemente mia nonna materna mi ha detto che quando avevo 5 anni mi hanno chiesto:

“E tu cosa vuoi fare da grande?”
“Voglio avere una moto e andare in giro per il mondo”.

Ovviamente non ricordo questa scena, ma quel che è certo è che i miei genitori erano contro le moto e purtroppo non ho potuto nè iniziare presto nè avere l’appoggio familiare in quella che è diventata la mia ossessione.

Mi ritrovavo dunque a crescere con un virus dormiente in corpo che a 17 anni si risveglia quando sto facendo per la prima volta (e di nascosto) il passeggero su una R80G/S del padre del mio fidanzatino. Ricordo il dolce pulsare Pum-Pum del Boxer e ricordo l’impazienza nell’aspettare la sosta e dirgli che “Questa cosa della moto è fighissima. Se puoi guidare tu, posso guidare anche io. Insegnami!”. E da lì è sbocciato tutto.

Ho preso la patente a 18 anni con una vecchia F650GS, non toccavo coi piedi, non ero abituata a frizione e marce ed in piazzale ero regolarmente per terra ad ogni inversione ad U. Però rialzavo la moto, mi pulivo i guanti e nessuno mi ha mai messo in testa che sarei stata troppo bassa o impedita per gestire moto più alte.

Da sempre sono sempre stata molto affascinata dalla tecnica, in qualsiasi sport vedere una persona che padroneggia l’attrezzo della sua disciplina o che ha una completa armonia di movimenti suscita e suscitava in me totale ammirazione: come vedere un’opera d’arte. Da queste sensazioni è nato il pensiero che non mi sarebbe bastato farmi trasportare dalla moto, ma che avrei voluto affinare le tecniche ed esplorare più mondi con l’idea che fosse il fuoristrada il corretto punto di inizio.

Scelsi un fumoso EXC200 2tempi del ’99 come prima moto da off, di quelli ancora un po’ ignoranti “che ti fanno le ossa”, mi dicevano. Chiaro che con una sella a 90cm e avviamento solo a pedale è quasi selezione darwiniana, ma quel che non ammazza ingrassa. Ci affiancai subito una Africa Twin RD03, quella vera del 1988, la mia sorellina praticamente coetanea. Si può dire che in realtà facevo più off con il bicilindrico che con il mono, per quell’immagine romantica del motociclista e del suo fido destriero fino in capo al mondo.

Il mio desiderio era di non avere limiti. Non avere limiti psicologici (sei piccola, sei una ragazza) e soprattutto non avere grandi limiti tecnici che mi avrebbero impedito di andare dove più avrei desiderato perché semplicemente non sarei stata in grado di sorpassare gli ostacoli.

Quando nelle vacanze del 2009 partii con degli amici e il mio 950 Adventure per fare 1.500km in fuoristrada in Tunisia capii che divertirmi guidando e attraversare posti incredibili era quello di cui si cibava il mio animo. Capii che l’eleganza dei gesti non era un vezzo, ma era una conseguenza del voler capire cosa diavolo bisogna fare su queste moto per potermele godere al 100%, senza quei limiti. Con degli ottimi mentori andai tanto in moto, non solo per viaggiare, ma anche per impegnarmi a migliorare. E queste cose si chiamarono “allenamenti”. E lì non ho mai incontrato maschilismo: ovvero non ho mai avuto sconti in quanto donna e questa per me è la più alta forma di rispetto che mi possa aspettare. Essere valutata e considerata come Motociclista prima di tutto.

Dopo pochissimo il richiamo verso la disciplina dei Rally fu inevitabile: cosa c’è di più intenso di vivere delle avventure in perfetta simbiosi con la propria moto in contesti panoramici da far cadere la mascella? Iniziai nel 2011 con l’Albania (e con una frattura della tibia nei primi 200km…), l’anno dopo ci fu il primo Rally mondiale: Il 5° Sardegna Rally Race (fu un calvario, soffrii tantissimo da piangere nel casco e chiedermi “ma perché??”), ma accidenti capii il senso della sofferenza e resilienza.

 

Superato quello ci fu l’Africa con il Tuareg Rally in Tunisia, poi ancora il mondale in Marocco, l’Algeria e poi e poi..
Sono storie di ordinaria passione, quando la passione diventa quasi ossessione.

Come sempre quando si parla con qualcuno che ha una forte passione emerge prepotentemente la voglia di trasmetterla. E cosa meglio dell’insegnamento? Dal 2012 è arrivato il riconoscimento federale della FMI con l’inserimento nell’albo degli istruttori di guida motociclistica e di guida in Fuoristrada.

Anche insegnare è una forma di arte, riuscire ad essere efficaci con poche parole, toccare le giuste corde dalla persona, spingerla oltre le proprie aspettative e riuscire a farle esprimere il meglio… è una soddisfazione incredibile.

Che poi anche io adoro andare a scuola, ultimamente mi son fatta affascinare dal lato veloce del bitume. Chissà come andrà a finire!”