Disfare la valigia è stato un po’ come svegliarsi da un sogno bellissimo, così reale da sembrare palpabile. Questo report del Chica Loca in Oman mi aiuterà a rivivere tutti i momenti belli, ma anche quelli brutti, perché solo in questo modo si può davvero imparare e crescere sia come piloti ma soprattutto come persone. Perché il Deserto ti cambia, almeno con me ha fatto così, ed ora mi sento interiormente diversa dalla partenza.
Dai, nonna Fiamma, raccontaci una storia!

Il 19 gennaio ho riallacciato le ragazze a Muscat, dato che ero scesa qualche giorno prima per assaporare i gusti del paese e da qui prendiamo il volo per Salalah. Vedo per la prima volta il Deserto dall’alto dell’aereo e già mi affascina da matti: sarà dura, ma ce la farò!
All’arrivo siamo state trasportate in un lodge fighissimo: qui ci rilassiamo un momento prima di sbrigare le ultime faccende burocratiche.
Ci assegnano tabella di marcia, planning dei giorni nel Deserto, un plico di adesivi da aggiungere a quelli portati da casa, una felpa dell’evento, lo specchietto e via, a vedere le moto!

La vedo: è lei, mi ha chiamata. Sembravano tutte uguali, tutte WR450F, ma non era così. Era lei e i giorni a seguire mi hanno confermato che bisogna affidarsi all’istinto quando si tratta di moto. La conquisto subito e la inizio a tappezzarla di adesivi. La provo, regolo l’altezza di pedane e leve, la riprovo, è lei, confermato! Io e Mietitrebbia siamo pronte!

Terminata questa prima fase, noi tutte siamo andate a fare la prima prova bonus in spiaggia: contare 250 metri a passi sembra facile, ma se ci metti la sabbia in cui sprofondi e il mare che accorcia i passi diventa impegnativa!
La mia compagna ed io abbiamo lavorato bene: scostamento di 30 cm dal punto preciso e prime della prova. Accalappiamo subito 1200 m di bonus, da usare per tamponare errori nel corso delle prove in moto.
Cena, briefing serale e a letto: domani si inizia a far sul serio!

IL PRIMO GIORNO NEL DESERTO: 160 KM

Il giorno dopo partiamo con le moto da Ubar, antico e ricchissimo crocevia del traffico dell’incenso, peccato non averne visto le rovine, ma non c’era tempo. Oggi tappa lunga, 160 km, semplice: un terreno piatto continuo dove mettere la quinta e godersi l’ebrezza della velocità e della prima sabbia. Mi
sembrava di essere in un sogno, nulla era reale.
Come primo approccio al Deserto, è stato bellissimo, anche se il tratto dopo un po’ è diventato noioso con l’orizzonte sempre uguale. Allora non lo sapevo ancora ma il meglio doveva ancora arrivare.

SECONDO GIORNO: UNA GIORNATA PAZZESCA!

Il secondo giorno, 21 gennaio è successo di tutto. Giornata lunga, con molte PS (Prove Speciali), CO (Controlli Orari) e CP (Controlli di Passaggio). Oggi bisogna essere precisi. Da brava certosina, mi preparo tutti gli orari scritti per bene, in modo da non dimenticare nulla. Si parte, ma ci si ferma subito perché il cammelliere ci vieta di passare (i dromedari si spaventano del rumore delle moto): spiegata la situazione gara, ci fa fare una deviazione. Eravamo un bel gruppetto, almeno 10 ragazze: ci ha portate in cima a dune morbidissime e abbastanza alte. Siamo tutte cadute mille volte, insabbiate, incastrate… Siamo già stanche perché ci siamo aiutate vicendevolmente. Rimesse insieme tutte, il signore era sparito, quindi siamo tornate indietro per la stessa via. Sono le 9.40 del mattino e già si capisce che per me sarà una giornata difficile: sono stanca e accaldata, perdo lucidità e cado ripetutamente da babbea. Meno male che almeno la sabbia è morbida e non mi faccio nulla. Per uno stupido errore mio, sbaglio rotta e porto a perdere la mia compagna ed un’altra ragazza in cima a una duna davvero troppo alta. Con calma siamo riuscite a scendere e non è successo nulla di grave (non me lo sarei mai perdonato), ma mi rendo davvero conto di non esserci. È un momento di scoraggiamento totale, mi sento davvero incapace a fare qualsiasi cosa. Le ragazze mi aiutano a risollevare il morale, dandomi consigli e facendo battute: l’unico obbligo che abbiamo tutte
quante è divertirsi! Nonostante le risate in compagnia, dentro di me mi sento in colpa per la giornata, un peso, un’incapace. È stato un momento durissimo, ho addirittura pensato di mollare, di gettare la spugna. Con questo mood decido di andare a dormire, avrei deciso al mattino il da farsi. Il paesaggio di oggi è stato a dir poco meraviglioso, ma non me lo sono minimamente gustato, coperta dallo spesso strato di negatività che avevo addosso.

TERZO GIORNO: MAI ARRENDERSI!

Il sonno ha giovato: il giorno successivo decido di proseguire, di provare. Voglio farcela, è una questione di principio. Il giorno prima, a pranzo, la mia compagna di team e tutte le ragazze mi hanno spiegato come affrontare le dune, in maniera semplice e chiara. Sempre con qualche difficoltà, durante il pomeriggio di ieri ero riuscita a farle in maniera più decente, ma ero sempre dura, contratta. Mi ero spaccata le mani ed avevo fatto una fatica bestia. Nonostante ciò, oggi voglio darmi una possibilità. Con la mia compagna abbiamo raggiunto un accordo: ripartiamo insieme, ma in caso di mia difficoltà, lei prosegue da sola. Abbiamo difficoltà a comunicare, è una comune decisione. Dopo poca strada, infatti, mi insabbio e lei, dopo essersi assicurata che stavo bene e che dietro di me c’erano altre moto con cui proseguire, va avanti. Decidiamo che lei continuerà la gara da sola ma portando avanti il nome e del team, mentre personalmente mi aggrego al team di ragazze toscane, anche se questo ci comporterà 500 punti di penalità al giorno, ma è l’unico modo per proseguire entrambe la gara con divertimento e serenità: come già detto, il nostro unico obbligo è il divertimento! 

La PS del pomeriggio è stata bellissima: 30 km di sole dune! La duna è bella ma altamente stancante: non ci si può fermare, sedere per riposare e mollare il gas perché altrimenti ci si insabbia.
Quando la moto si insabbia malamente capisci che sarà lunga: bisogna scendere, rovesciate la moto da un lato, prenderla per la gomma dietro, tirarla via dal canale creato, rialzarla, accenderla (le più fortunate avevano il tasto dell’accensione, quelle un po’ meno la pedalina) e o risalire subito o spingerla in prima fino a un punto più “solido”. Il tutto sprofondando nella sabbia almeno fino alla caviglia. Abbiamo subito imparato tutte che piuttosto di fermarsi o di mollare il gas si fa un giro più largo. Abbiamo anche imparato i punti strategici dove fermarci, la diversa consistenza della sabbia al mattino e al pomeriggio, la sodezza della sabbia a seconda del disegno che fa il vento sulla duna.
Abbiamo imparato a conoscerle, per sopravvivenza e per goderci appieno questa esperienza.

Con le mani a pezzi che avevo dal giorno prima è stata dura, ma avevo il sorriso sulle labbra ed urlavo di felicità! Siamo arrivate in cima a una duna abbastanza alta e da lassù si vedeva un panorama mozzafiato: tutte le dune, i valloni, le altre pilote piccole come puntini neri. L’immensità in un colpo d’occhio, la maestà della Natura nel respiro del vento, la grandezza del Creato e la piccolezza dell’uomo. Senza fiato, cerco di fotografare con gli occhi tutto quello che vedo, ma “in questa immensità s’annega il pensier mio”: oggi ho davvero compreso cosa significhi il verso leopardiano.

QUARTO GIORNO: LA PROVA PIU’ DURA

La giornata del 23 gennaio parte bene, abbiamo una PS lunga su dei piattoni infiniti, zero difficoltà. 
Il trasferimento del pomeriggio, purtroppo, riserva un’amara sorpresa: una delle toscane cade male male: io la vedo volare e dare letteralmente una facciata per terra. Ghiaccio.
Fermiamo le moto quasi scaraventandole per terra e andiamo subito a recuperarla: lei non parla e non si muove, chiusa a riccio. Ovviamente, in una frazione di secondo, la mia mente ha pensato il peggio, ma grazie al cielo la ragazza si è ripresa. Un brutto brutto livido ed un po’ di ovvio rimbambimento ci ha fermate per un’oretta almeno (il dottore è arrivato subito, ma noi abbiamo preferito aspettare che lei si risentisse di risalire in moto).
Al primo CP la ragazza infortunata ha mollato: non ce la faceva più mentalmente, non aveva lucidità per continuare. Ci siamo ritrovate io e l’altra ragazza, da sole: lei non aveva mai navigato e ci si prospettava un PS davvero difficile e guidata. Con calma e pazienza abbiamo fatto la strada, fra pietroni (lei si era lussata una spalla cadendo da una discesa pietrosa), sassi di fiume (tondi) e sabbie mobili che facevano affondare la gomma dietro fino al forcellone (in terza la moto faceva fatica ed in seconda si scaldava troppo). È stata la PS più dura in assoluto, ma quando siamo arrivate al campo lei mi ha abbracciata. A me è bastato questo gesto, senza parole, per tutto. Ero felice per lei, aveva appena superato una grande paura e, anche se non sono nessuno, sono stata contenta di essere stata al suo fianco!!
È stata la PS che più mi ha messa alla prova fisicamente: avevo la schiena a pezzi, grondavo, le gambe KO, le chiappe doloranti. Dopo aver fatto lo stretching mi sono ripromessa di chiedere al dottore qualcosa il giorno dopo, se avessi ancora avuto dolori, cosa che fortunatamente non si è rivelata necessaria.
Il campo è nel letto di un antichissimo fiume. Un paesaggio decisamente suggestivo, fra sabbia nella quale si sprofonda, fiori del Deserto e rocce aspre. Mi meraviglio sempre di più della Natura, è quanto di più bello esista al mondo.

QUINTO GIORNO: LE EMOZIONI CONTINUANO

Il giorno dopo abbiamo affrontato una tappa lunghissima, 250 km di piattoni, di per sé noiosi, ma che ci hanno permesso di passare dal Deserto al mare. Attraversando strade con pali della luce in stile Arizona, costeggiando la Route 47 (che tanto ricordava la Route 66 USA), in mezzo a cave di pietre nere e Grand Canyon da mozzare il fiato, siamo arrivate al punto più alto della nostra avventura: in cima a una falesia a picco sul mare, da dove si vedeva un paesaggio da perderci il fiato. Peccato fosse leggermente nuvolo e quindi non si vedesse bene la linea fra cielo e mare, ma è stato straordinario: le foto non rendono affatto l’idea dell’altezza e della grandezza del luogo.
Da in cima alla falesia siamo scese giù per una strada bianca a picco: 1000m di discesa in 3 km di strada che terminava direttamente in spiaggia, dove abbiamo montato il campo e ci siamo regalate un bagno nell’Oceano Indiano.

ULTIMO GIORNO

Il mattino dell’ultimo giorno abbiamo fatto una prova bonus un po’ particolare: una caccia al tesoro senza GPS, ma con la cara e vecchia bussola. Meno male che in squadra avevamo due Giovani Marmotte! Dopo questa prova, ci siamo rivestite da moto: bisogna riportare le moto su per quella strada bianca fino al punto in cui le dovremo lasciare. Il percorso è straziante: non voglio lasciare Mietitrebbia, mi sono affezionata! Praticamente mi scollano dalla moto e la saluto, con la tristezza nel cuore e centinaia di foto insieme a lei.

Per la prima volta dopo una settimana, mangiamo in un ristorante. Il ritorno alla civiltà è strano, c’è troppo rumore, troppa confusione, troppa superficialità. Mi manca già il Deserto e inizio già a sfogliare le foto nel cellulare. Finito il pasto, le ragazze chiedono indicazione per il Suq (il mercato tradizionale) e ci dicono che è dentro il Carrefour. DENTRO IL CARREFOUR. Rabbrividisco. La malinconia da Deserto inizia a serpeggiare, unita all’intolleranza nei confronti del genere umano.
Tornate al resort del primo giorno, qui c’è stata chi si è rilassata in spiaggia e chi, come me, ha lottato ferocemente con la valigia! Alla sera, dopo la cena, cerimonia di premiazione, foto e saluti. Io sono andata in stanza prima delle altre ragazze perché stanca, ma loro hanno proseguito con la festa! 

Che dire, il Deserto a me ha cambiata. Mi manca. Mi ha insegnato molto, chiedendo in cambio la mia nudità interiore. Mi ha messa davanti ai miei demoni e alle mie paure, mi ha mostrato chi sono realmente, come in uno specchio: è dura affrontare se stesse in condizioni normali, figuriamoci in
un posto estremo quale è il Deserto. Una sorta di Iniziazione, dalla quale esci vittoriosa o sconfitta, senza vie di mezzo. Perché il Deserto è sia tutto che nulla: apparentemente è un’accozzaglia di sabbia e sassi (noi abbiamo attraversato parte del Rub al Khali, denominato “Il quarto vuoto”), ma se ti fermi un momento vedrai la Vita che serpeggia ovunque, i fiori che sbocciano nonostante tutto, i piccoli dromedari che nascono e muovono i primi passi, inciampando nelle sterpaglie.
Vedrai la Morte, in ossa bianche esposte al sole e in una carcassa nera dal sole. Vedrai la forza della Natura nel suo abito migliore, quello che solo una vera signora può indossare.
Così siamo noi, 20 ragazze lontane da tutto, da ogni agio, da ogni confort, con 2 brocche di acqua al giorno per lavarci e la nostra forza interiore per continuare dopo ogni caduta.
Siamo Donne, anche se con i capelli in disordine ed il volto segnato.
Siamo Donne che hanno avuto il coraggio di affrontare loro stesse in una prova difficile e lontana da ogni tipo di civiltà.
Siamo Donne forti, ma che si soffermano ad ammirare un fiore.
Siamo Donne e possiamo davvero fare tutto quello che vogliamo.

 
Articolo rivisto e corretto.
Fiamma Guerra per MissBiker.com

Foto Credits: Fiamma Guerra / Marco Campelli