ALL’INIZIO NON FU SEMPLICE…PER NULLA

Questa storia inizia non su due piedi ma su due ruote, il 25 Luglio 1891. C’è una corrispondente (ne riparleremo) che scrive nel Chicago Tribune “La cosa peggiore che ho visto in vita mia è una donna in sella ad una bicicletta”.

Beh, no, non inzia benissimo il rapporto delle donne con le due ruote. A lungo si è ritenuto infatti che usare le due ruote causasse problemi nervosi, sterilità e danni fisici al “sesso debole”. Da un lato c’erano le pseudoscienze con le loro sentenze, “le donne non sono ‘biologicamente’ adatte a fare questo o quest’altro”, dall’altro impervesava il costume sociale, fra corsetti soffocanti e crinolina: tutto impediva alla donna qualsiasi movimento. Nella sfera sociale come nello spazio reale.
Ci volle Annie Kopchovsky (poi Londonderry), che nel 1895 fece il giro del mondo in bicicletta, per accendere l’immaginazione e il coraggio.

Vittorina Sambri

Da lì, fu tutto in salita. O in discesa, fate voi. Vent’anni dopo circa, il 17 agosto 1913, poco prima dello scoppio della Grande Guerra,

Vittorina Sambri (“Vittorina o Vittorio?” sembra si interrogassero con piglio sessista i colleghi motociclisti) sfidò a Faenza un pilota di buon valore, Antoniazzi di Padova: vinse lei e non tornò a ‘fare la calza’. Ma di strada (è il caso di dirlo), dopo oltre un secolo dalla vittoria di Vittorina (il nome è un presagio, dicevano i latini) c’è ancora da farne, un secolo dopo…

Sulla moto, la sua simbologia

“Una rosa, è una rosa, è una rosa” recitava la scrittrice americana trapiantata a Parigi Gertrude Stein. Invece una moto non è solo una moto. Altrimenti non si spiega perché, ad oggi, con Ana Carrasco che vince, nel 2018, il Campionato mondiale Supersport 300 , la moto venga percepita – anche dalle donne– come mezzo principalmente “maschile” e maschilizzante. Certo, c’è tutto un sistema di rappresentazione sociale: basti pensare al binomio ragazza-moto che accompagna le due ruote nelle esposizioni, nelle pubblicità o a fine gara. Sembra quasi diventare, la ragazza, una metafora della moto stessa, due oggetti di ‘proprietà’ e uso maschile.

Eppure quella della donna sulla moto è davvero una storia inaudita e inedita di libertà che proprio oggi sfida stereotipi, pregiudizi e auto-limitazioni. Quali auto-limitazioni, mi chiederete voi?
Beh, tutte quelle paure e quei sensi di inadeguatezza/colpa di cui viene costellata l’educazione “femminile”, volta a fare di noi donne soggetti iper-responsabilizzati, votati agli altri, attente nei comportamenti come nei gusti. Viene spontaneo chiederci: Sarò in grado? E, soprattutto: sarà adatta, la moto, a me?

Sulla libertà. E la salute della motociclista

Da «un sondaggio di Motorcycle Industry Council, pubblicata su Forbes, è emerso che il 74% delle bikers ha manifestato un miglioramento della propria vita dopo aver iniziato un’avventura su due ruote».

Perché? Ma è semplice! Perché la moto rappresenta, nell’immaginario collettivo, il concetto di libertà: si pensi al film Easy Rider, simbolo della counterculture (controcultura) che spezzava tutte le soffocanti regole sociali: sono uomini, i due che cavalcano lo spazio e il tempo sulle loro moto. Finanche Thelma e Louise, per quanto rivoluzionarie, usavano la più borghese, sicura e pacifica automobile!

Essere una Biker ha quindi un portato sociale di enorme valenza culturale, antropologica e storica e i brand, se fossero accorti, dovrebbero analizzare questo aspetto.

Tras-formarci e cambiare il mondo

La parola trasformazione contiene in sé un elemento importantissimo: il “formare”, il dare forma. Ci si forma anche alla libertà: la si impara, come tutto.
Ci serve consapevolezza e auto-consapevolezza, la possibilità di fare le scelte senza il senso di colpa, la possibilità di usare del tempo tutto per noi: ci serve, come diceva già Irigaray, un linguaggio che ci rappresenti, una storia che ci rispetti. Ci serve adesso.

Possiamo, grazie anche alla moto, cambiare il futuro delle bambine e delle giovani donne: cambiare l’idea stessa di libertà come inclusiva, propria di uomini e donne.
Anche le ditte che producono le stesse moto o i vari accessori debbono oramai prevedere i customers donne come un elemento fondante di interesse economico e culturale. Ma non ci basterà un prodotto “adatto” al corpo femminile: il prodotto dovrà anche rappresentare una etica di consapevolezza e di rispetto, di dignità del soggetto-donna a 360°.
I marchi dovranno combattere con noi questa battaglia simbolica oltre che commerciale.

In conclusione. La strada percorsa e’ quella davanti a noi, all’orizzonte

Torniamo all’inizio, alla corrispondente del Chicago Tribune che si scandalizzava nel vedere una donna su
una bicicletta. E pensiamo davvero a quanta strada abbiamo fatto: a piedi, in biciletta, in moto.
Ne abbiamo altrettanta davanti e non sarà per nulla facile: ci saranno tornanti, buche, tratti dissestati, forse
cadute. Ma, alla fine della corsa, ci goderemo uno splendido panorama: quello della nostra libertà, con la
moto accanto a noi.

Dott.ssa Eleonora Pinzuti
Chi è: dopo un Dottorato di Ricerca si occupa da anni di pari opportunità, empowerment femminile ed Equity Management come libera professionista. È docente, saggista, scrittrice e poeta.

Per saperne di più: – www.eleonorapinzuti.com