Bentrovate per la seconda puntata della mia rubrica dedicata alla buona guida. Devo dire che la parte di oggi è quella di cui sono più orgogliosa in assoluto e spero sia contagiosa per voi!
La psicologia che sta alla base di una guida corretta ha una logica piuttosto chiara ed è fondamentale, eppure si tende a non parlarne mai, o a considerarla un talento o un’attitudine.

Quanta psicologia c’è nella guida? La risposta è: tantissima. E non parlo assolutamente di coraggio, tanto meno di scemenze come quella che per andare in moto bisogna -aiuto!- “avere le palle”.
Sono certa che anche i motociclisti più esperti avranno qualcosa da scoprire oggi, e sono assolutamente entusiasta di condividere con voi dei trick che all’epoca mi hanno cambiato la vita.

Cominciamo, dunque.

SOLO PASSI AVANTI?

Il primo punto riguarda la fallibilità della nostra guida, il fatto che niente di quello che impariamo rimanga scolpito nella pietra. Rendersene conto è il primo passo per rispettare noi, la moto e la strada.

Vi voglio realiste: la nostra guida può sia migliorare che peggiorare e partire da questo concetto è importante per non dare mai nulla per scontato. Dopo la pausa invernale, ad esempio, tutti hanno un sacco di ragnatele da togliere, per tornare ai livelli dell’anno prima. Anche piloti e istruttori.
Bisogna essere in grado di fare il punto e di riprendere la nostra guida. Consiglio di farlo dalle basi, già prima di salire in sella: posizione di guida (vedi il mio articolo precedente) e un breve ripasso di come dobbiamo muoverci e di come usare la vista. Nelle prossime puntate vi spiegherò abbondantemente entrambi gli aspetti, ma per ora cercate di fare mente locale e di tornare in sella con un piano, con un’immagine mentale di come guidare. Il cervello apprezza sapere in anticipo le cose e avere tempo per concentrarsi sull’esecuzione, come vi spiegherò sotto.
Se non sentite feeling e avete dei dubbi, l’inizio della stagione è il momento perfetto per un corso di guida dove rimettere assieme i pezzi.
E mentre siamo in movimento invece, come dobbiamo ragionare?

LE NEGAZIONI, OVVERO L’ARTE DI COMPLICARE LE COSE

Cominciamo dai vizi di forma. Non è per spirito ribelle che la nostra mente rifiuta le negazioni: è che non le capisce bene. E in moto questo è un problema, che dobbiamo essere in grado di riconoscere per aggirarlo.
Provate a pensare, cosa succede quando dite “non devo prendere quella buca” oppure “non devo sbagliare quella curva”, o ancora “non rifare l’errore dell’altra volta”? Vi sarà già capitato, e l’effetto ottenuto sarà l’opposto a quello voluto. Quindi prenderete quella buca, sbaglierete quella curva e rifarete l’errore dell’altra volta.
Il cervello sente “non devo prendere quella buca” e, per qualche motivo, entra in un loop strano per cui alla fine si trova a pensare “devo prendere quella buca, oltretutto dopo aver perso un sacco di tempo. E’ come un telefono senza fili, alla fine del quale arriva il messaggio sbagliato. Vi dirò di più: diamo anche particolare importanza alla cosa sbagliata, più importanza rispetto a quella giusta, ne diventiamo ossessionati. Spirito ribelle, no? Se non si può fare, allora dev’essere divertente. Ecco spiegato il motivo che c’è dietro: quelle maledette negazioni non funzionano.

Ma deve andare per forza così, deve essere sempre così complicato? Per fortuna no.
Nelle frasi di prima c’era sia un problema di negazione (che complica la comprensione), sia una vaghezza nel messaggio, che ci fa perdere tempo e fa girare inutilmente il criceto nel nostro cervello.
“Devo evitare quella buca” potrebbe essere un inizio, ma rimane sempre vago. La domanda rimane: come?
Oppure “devo evitare l’errore dell’altra volta”. Ok, non c’è la negazione, un punto in più per noi… ma non basta. Cosa vuol dire? Qual’era questo errore? Dobbiamo identificarlo. Siamo entrate tardi in curva? Eravamo lente con lo sguardo? Siamo finite nell’altra carreggiata? Siamo passate su un tratto scivoloso ma ben in vista?

Possiamo fare di meglio, molto meglio.

POCHE ISTRUZIONI CHIARE

Dobbiamo imparare quindi, che ci crediate o no, a comunicare con noi stessi in maniera efficace. Questo è il punto più importante dell’intero argomento, ed ora vi svelerò il segreto.
Occorre che usiamo dei brevi comandi univoci, positivi e non interpretabili. Ecco alcuni esempi:
-Passa a destra di quella buca (e guardo il punto dove metterò le ruote)
-Alza lo sguardo
-Entra in curva là (e guardo il punto dove metterò le ruote)
-Frena col posteriore prima di entrare in curva (per regolare correttamente la velocità)
-Stringi le gambe e molla le braccia

Questi sono tutti esempi di comandi utili che possiamo dare al nostro cervello. Non sono interpretabili, non lasciano dubbi: sono poche istruzioni, chiare. Un sollievo.
Si tratta di togliere la nebbia che abbiamo in testa e darci dei punti di riferimento, dei fari nel buio, delle tracce semplici da seguire. Il cervello premia la semplicità, e paradossalmente dipende da noi! Questo modo di comunicare con noi stessi può e deve essere allenato. Avere un piano, anche se imperfetto, è sempre -e dico sempre- meglio che improvvisare.

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L’ARTE DELL’ANTICIPO

Inoltre, ci fa comodo avere le informazioni con un certo anticipo, in modo da digerirle al meglio.
Tenere lo sguardo alto più tempo possibile ci aiuta ad avere una miglior percezione della velocità, e muovere gli occhi in fretta ci dà informazioni su buche o brecciolino in arrivo, senza fissare gli ostacoli (ve ne parlerò nel capitolo dedicato alla vista, e ce ne saranno delle belle).
Prima impariamo le cose meglio è, perché avremo più tempo per decidere ed eseguire il comando corretto.
Lo stesso vale per i comandi che ci diamo: dobbiamo pensarli prima, per eseguirli dopo.
Lì frena, spingi sulle pedane, lì curva, alza lo sguardo, cerca il punto di corda, aspetta ad accelerare, raddrizza la moto, guarda l’uscita, accelera.
E’ chiedere tanto a noi stessi, il fatto di fare una correzione a centro curva per qualcosa che non avevamo visto e senza esserci fatti un piano prima, dandoci il comando in quell’istante (ammesso che ci venga in mente quello giusto, e non una robaccia inutile e dannosa tipo “oddio non devo uscire di strada”). Questo può succedere in caso di imprevisto (lì torneranno utili gli automatismi sviluppati nel tempo), ma se non impariamo a programmare, la guida sarà continuamente un imprevisto. Negli imprevisti diamo il peggio di noi, o al massimo possiamo tirare fuori un jolly ogni tanto. Che senso ha stressarci così tutto il tempo?

Come vi dicevo, non si tratta di coraggio né di improvvisazione, non è il caso di mitizzare tutto quello che succede in moto e farlo sembrare roba per pochi eletti: semplicemente, pensiamo con anticipo a quello che dobbiamo fare e la moto “moterà”.
Dobbiamo fare meno pensieri, di maggior qualità, e nei tempi giusti.

IL PROBLEMA SONO DAVVERO GLI ALTRI? L’EGO ALL’OPERA

Abbiamo una fastidiosa scimmietta nella nostra testa, un bambino capriccioso che pensa di essere più importante di quello che è. Impariamo a riconoscere -rullo di tamburi-… l’ego!
Ci sarebbero una marea di esempi da fare, ma restringo ad uno solo: sento spesso dire “mi piacerebbe andare in moto ma ho paura degli altri”. Quanto ego c’è in questa frase? Tantissimo. Praticamente è uno scarico di responsabilità, stiamo dicendo che non importa quanto impariamo, ma la nostra guida sarà sempre castigata da un fattore esterno. Allo stesso tempo sottendiamo che noi siamo bravi e gli altri sono scarsi, addirittura pericolosi.
Ora, i fattori esterni esistono, ma il primo punto è proprio arrivare ad ammettere di “sapere di non sapere”. Renderci conto che il primo pericolo in strada siamo proprio noi. Da lì in poi il nostro margine di miglioramento è semplicemente enorme quindi non ci sono scuse: dobbiamo prenderci il cuore in mano, ammettere che non siamo perfetti e cominciare a capire come funzioni la guida della moto.

LA CURVA DELL’ATTENZIONE E LE TECNICHE DIMENTICATE

Come vi dicevo, la nostra guida può sia migliorare sia peggiorare, e a noi importa particolarmente la seconda ipotesi (perché i nostri sforzi devono comunque essere tutti rivolti a fare le cose giuste, e se sbagliamo dobbiamo accorgercene il prima possibile).
Non è necessario che passino dei mesi di inattività, i tempi possono essere incredibilmente brevi.
Ad esempio, in una giornata dove siamo particolarmente stanche, la nostra guida sarà peggiore del solito. La mattina appena sveglie saremo comprensibilmente rincoglionite, ma dopo un certo numero di chilometri, se facciamo attenzione alla nostra guida, questa migliorerà… o meglio, si avvicinerà al nostro 100%. Qualche rara volta capiterà di “passare di livello” capendo cose completamente nuove, quindi l’asticella del nostro livello di guida si alzerà (e dopo aver capito il concetto, dovremo lavorare per impararlo). Però man mano che la nostra esperienza e capacità aumenteranno, ci troveremo più spesso  a “riscoprire” la nostra guida (quindi a ricominciare a fare delle cose che facevano già parte del nostro repertorio e ci stavamo dimenticando di farle) che non a “scoprirla”. Farei la firma per guidare tutte le volte -almeno- come so fare. Ma so che non è così, e lo devo rispettare.

Tutti i fattori infatti sono importanti: a metà di un viaggio dove pure ci siamo divertite, ma cominciamo a far fatica, cominceremo a guidare peggio. Se c’è freddo o piove e siamo distratte perché non siamo vestite con l’abbigliamento giusto, guideremo peggio. Ci viene in mente una bolletta da pagare? Avremo chiuso il gas (della casa, non della moto)? Abbiamo dato da mangiare al gatto? La curva dell’attenzione è un problema reale, ragazze, e dobbiamo farci amicizia.
Dobbiamo dare per scontato che la nostra guida non sia mai sempre veramente al 100%.
Una volta capito questo, la cosa importante è che ci accorgiamo quando sbagliamo qualcosa, possibilmente capendo quale sia l’errore (ad esempio le gambe molli e la postura da “sacco di patate”, o lo sguardo basso) per metterci una pezza. 

Non dare per scontata la nostra guida è la base per ridurre il rischio. Sappiamo di poter sbagliare e che molto di quello che succede in sella dipende da noi (e già questo è bene), ma soprattutto riusciamo a contestualizzare, ad analizzarci da sole e capire cosa stiamo facendo bene e cosa no, in ogni momento. Ci vuole allenamento, ma si può fare.
Quando arrivate a capire che non riuscite più a valutarvi da sole (qualunque sia il vostro livello), è ora di un bel corso di guida per rinfrescare i concetti e affidarvi agli occhi esperti di un istruttore, che vi aiuterà superare i vostri limiti. Non ha senso limitarsi a fare chilometri e fare da sé in questo caso: saremo arrivate a un limite, e quel limite potrebbe rimanere lì per tutta la vita. Ne conoscete di persone che guidano nella stessa maniera (sbagliata) da sempre, vero?

Un ultimo, fondamentale avviso riguardo alla curva dell’attenzione: non abbiamo finito di guidare finché la moto non è spenta e sul cavalletto. Gli ultimi metri sono sempre i più pericolosi (insieme ai primi), perché abbiamo l’ingannevole sensazione di meritarci un riposo mentale. Niente di più falso: lì la testa fino all’ultimo centimetro, ci riposiamo dopo. Ve l’ho detto che il cervello era pieno di trappole, no? Impariamo a riconoscerle.

RISPETTO PER I NOSTRI RITMI

Parliamo ora di come trattarci bene in moto. Dobbiamo funzionare al meglio, nel rispetto dei nostri limiti mentali e fisici.

Prima di tutto, la famigerata “giornata no” non deve esistere una volta che siamo in giro, o meglio, non ci è di nessuna utilità pensare che sia la nostra giornata no. Anzi, il fatto di darle così tanta importanza ci deve far riflettere. Accidenti sentite come suona… La-Giornata-No.
Quanto sembra importante, urgente, tragico? Lo sentite l’ego che urla “guardatemi, il mondo mi sta remando contro, oggi non ne va dritta una?”.

Ecco, pensate che davvero all’universo freghi qualcosa di noi?
Proprio così… a nessuno frega niente se sbagliamo una curva o due. O se siamo stanche. Zero.
Dobbiamo invece guardare dentro di noi e capire cosa stiamo sbagliando e di conseguenza -indovinate un po’?- cosa dobbiamo fare di conseguenza. Problema e soluzione.
Non abbiamo bisogno di nessun’altra informazione, nessun pensiero negativo. Tutto pattume inutile.

Non è sempre facile però mantenere la concentrazione per sviluppare questo processo mentale, quindi cerchiamo di rimanere fresche. In questo caso sono importantissime le pause, ed è importante rispettare i nostri ritmi. Se non state guidando come volete voi, fermatevi. Bevete, fate pipì. Riflettete su quello che non vi è piaciuto nelle vostre azioni, o semplicemente staccate un attimo. Se siete in gruppo, fate sentire la vostra voce ed evitate di farvi risucchiare in tabelle di marcia malsane per voi. Tutti hanno bisogno di pause, pochi sono disposti ad ammetterlo e credetemi, il motivo è che non riescono a capire quando guidano bene e quando no, e perché.
Voi invece state attente alla vostra guida, e capite che strafare non serve a nulla.

CAMPANELLI D’ALLARME

Concludiamo con alcune situazioni pericolose e la loro immediata soluzione.
Come accorgersi che stiamo perdendo dei colpi? Ecco alcuni campanelli d’allarme:

-Braccia rigide (molla le braccia, stringi le gambe)
-Visione a tunnel (apri lo sguardo)
-Sensazione di troppa velocità (alza lo sguardo)
-Come sono brava (pensa a quello che devi fare subito dopo, altrimenti fermati e respira)

Quest’ultima frase mi è costata un incidente. Proprio così: nel momento in cui pensavo di star guidando bene (e lo pensavo così rumorosamente da visualizzare la frase “come sono brava oggi”), stavo in realtà paradossalmente rinunciando a pensare alla guida, e mi stavo concentrando su una cosa inutile. Sono uscita di strada da sola, senza nessun imprevisto, perché ho smesso di pensare a cosa dovevo fare e ho dato la mia guida per scontata. Stavo effettivamente guidando abbastanza bene… fino a qualche km prima. Sicuramente ero già un po’ troppo veloce per riuscire a seguire quello che facevo, sicuramente ero stanca ma “sopportavo”. Fatto sta che la mia guida è passata da buona a distratta e poi a pericolosa nel giro di una manciata di curve, e non me ne sono resa conto in tempo. Avevo la testa nel passato e non più nel presente, dove deve stare.
Mi terrò sempre in mente questo promemoria: se proprio voglio pensare a quanto sono stata brava, la moto dev’essere spenta e sul cavalletto.

Mai dare la propria guida per scontata! 

Marcella Colombari
per BikerX