La pilota spagnola vince ancora nel Trial dopo otto anni dall’ultima partecipazione e nell’Enduro dopo quattro. Li sta affrontando contemporaneamente. E ora sta decidendo se correre la prossima Dakar in macchina.

“Sono una stronza irrequieta”, dice Laia Sanz.

Per fare tutto ciò a cui pensa un’atleta come lei, devi essere così.
“Inoltre, mi piacciono molto le sfide”, aggiunge. Dopo un anno terribile per lei, in cui ha contratto la malattia di Lyme mentre tutti cercavano di evitare il Covid e ci si chiudeva in casa.
Passati mesi senza sapere cosa avesse o come curarsi, con tanti giorni di febbre e praticamente mezzo anno di antibiotici, la pilota più multidisciplinare della scena mondiale, un mito vivente, ha deciso di scommettere su qualcosa di ancora più difficile .

Dopo aver tagliato il traguardo della sua undicesima Dakar delle undici a cui ha partecipato – cosa che pochi ottengono – la catalana è tornata al Campionato del Mondo Trial otto anni dopo e al Campionato del Mondo Enduro quattro anni dopo l’ultima partecipazione. E lo ha fatto con una vittoria. Solo pochi giorni fa aveva vinto la prima prova della stagione di Trial in Italia, e sabato scorso ha partecipato al primo evento Enduro in Portogallo dove si è piazzata al primo posto.

Non è fisicamente in forma, ma è un “animale competitivo”. E’ la tecnica che la salva, soprattutto nel Trial, dove ha vinto 13 mondiali. Le ultime due gare le ha dedicate all’enduro, sport in cui ha vinto altri cinque campionati del mondo.

“A quel tempo, soprattutto nel Trial, vivevo di rendita. Ho fatto Trial per così tanti anni che mi permettevo il lusso di saltare le sessioni di allenamento. Avevo perso un po’ la motivazione, e così ho iniziato con l’enduro, dove all’inizio le prendevo… ma alla fine sono riuscita a vincere. Suppongo che ora il Trial mi motivi di nuovo perché so che è difficile ottenere una vittoria. Le mie rivali di allora hanno continuato ad evolversi e invece il mio livello si è abbassato”, confessa.

Nonostante ciò, oggi è la co-leader del campionato del mondo, a pari punti con Emma Bristow, campionessa del mondo negli ultimi sette anni.

Sanz ha deciso di riorganizzare il suo programma di lavoro e test. Non si è ancora ripresa dopo quell’infezione batterica che l’ha lasciata come molto debilitata.

“Qualche mese fa non riuscivo nemmeno a salire le scale. Ora sto meglio, ma sono davvero stanca. Sei mesi di antibiotici mi hanno lasciato molta debolezza e lo stomaco in frantumi ” spiega

ma aveva bisogno di affrontare nuove sfide, di sentirsi ancora competitiva. E nemmeno la fatica l’ha rallentata.

“Sono un po’ masochista, mi piace complicarmi la vita. E mi piace molto la moto”, dice.

Il ritorno in GasGas, con cui ha disputato l’ultima Dakar in Arabia Saudita, le ha permesso di salire nuovamente su una moto da Trial. Ha iniziato a uscire con gli amici e in quel momento ha preso la zecca che le ha causato tanti problemi. 

“Tecnicamente mi sentivo molto bene, ma il fisico mi ha messo a dura prova. I movimenti nel Trial sono molto esplosivi. E bisogna dare tutto, soprattutto adesso, che con il cambio di regolamento non ci si può più fermare appena si entra in zona. Quando non sei in forma, anche se la tua testa vuole fare un movimento, le tue gambe sono stanche, alla fine fallisci. Perdi molta precisione”.

L’annuncio del ritorno di Laia Sanz a queste due discipline che aveva abbandonato a suo tempo per allenarsi appositamente per la Dakar in moto è arrivato poche settimane dopo il debutto dell’atleta di Corbera de Llobregat in una prova del Campionato Mondiale Rally in Andalusia, a bordo di una Mini.
“E’ stato fantastico correre con una macchina vera. È tutto un mondo nuovo per me “, dice. Ha concluso in settima posizione.

In molti hanno pensato che questo fosse il primo passo prima di annunciare che la prossima Dakar la disputerà in macchina. Dice di non aver ancora deciso:

“Sono tanti anni che guido la moto ed è difficile fare il passo, ma è anche vero che il mio fisico non è più come dieci anni fa. Inoltre, non ho più 20 anni e il pericolo mi rallenta sempre di più. La Dakar è cambiata molto ultimamente. Non mi piace più così tanto affrontarla in moto. C’è sempre più follia e io sono sempre stata una pilota razionale. Ad esempio in Sud America si poteva pianificare meglio, vedere chi riesce a resistere più a lungo con gli occhi chiusi non mi va bene. Abbiamo visto molti incidenti ultimamente. All’età di 25 anni, sono sicura che non ero consapevole dei pericoli come lo sono ora”.

Probabilmente. Come è probabile che non pensasse che a 35 anni avrebbe continuato a vincere su una moto da Trial, disciplina con cui ha iniziato a gareggiare e vincere a soli 12 anni.

Fonte: EL PAÍS
Articolo originale di NADIA TRONCHONI 
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